Legge dei Simili (Similia similibus curentur)
Immaginate un medico dell’Europa del XVIII secolo, stanco delle terapie brutali e spesso letali dell’epoca, deciso a mettere ordine in un caos di sangueletture e purghe: è Samuel Hahnemann, il padre dell’omeopatia. La sua intuizione nacque quasi per caso, mentre traduceva il trattato di William Cullen sulla china: scoprì che il chinino, isolato in pura forma, provocava in un uomo sano febbre e brividi identici a quelli della malaria. Invece di condannare questa “mancanza” terapeutica, Hahnemann scelse di capovolgere la prospettiva: se una sostanza provoca un sintomo, allora, diluita all’infinito, quel medesimo sintomo può curarlo. Nasceva così la Legge dei Simili, o similia similibus curentur .
Dalle radici ippocratiche ai “provings”
In realtà l’idea del “simile” era già presente nei Corpus ippocratici del V secolo a.C., dove si intravedeva una prima forma di like cures like . Ma fu Hahnemann a trasformarla in metodo scientifico: nei suoi “provings” volontari sani assumevano una sostanza fino a sperimentarne ogni minima reazione, annotando con rigore sonnolenze, vampate di calore, oscillazioni d’umore e disturbi fisici. Dopo sei anni di prove, radunò oltre cento quadri sintomatologici che avrebbero costituito la prima materia medica omeopatica .
La “forza vitale” e il riequilibrio profondo
Al centro di questa rivoluzione teorica c’è un concetto di stampo vitalistico: ogni organismo possiede una “forza vitale”, un’energia sottile che mantiene l’equilibrio interno. Quando questa risulta alterata, insorgono i sintomi; stimolando la forza vitale con un rimedio simile al disturbo, si ottiene un riequilibrio duraturo. È un approccio che non si limita alla soppressione degli effetti, ma ambisce a correggere l’origine stessa del malessere .
Dalla teoria alla pratica clinica
Oggi, per scegliere il rimedio “giusto”, l’omeopata raccoglie l’intero profilo del paziente — dai sintomi fisici a quelli emotivi — e lo confronta con il repertorio delle proving. Una volta individuato il farmaco più simile, lo prepara attraverso diluizioni estreme (spesso 30C, ossia un rapporto di 1:100 ripetuto trenta volte) e succussioni, per veicolare l’informazione terapeutica senza introdurre molecole attive.
Uno studio a confronto con il placebo
A sostegno di questo paradigma, uno studio multicentrico del BMJ ha valutato l’effetto di un rimedio omeopatico 30C sull’asma allergica perenne. In un trial randomizzato, doppio-cieco e controllato verso placebo su 51 pazienti, il gruppo trattato ha mostrato un miglioramento significativo del picco di flusso nasale inspiratorio rispetto al placebo (Δ 19,8 L/min; P = 0,0001)
Riassunto dello studio e spiegazione
Nel 2000 Taylor e collaboratori pubblicarono sul British Medical Journal i risultati di un trial clinico multicentrico, randomizzato, doppio-cieco e controllato verso placebo su 51 pazienti affetti da rinite allergica perenne. I partecipanti furono selezionati in base a un quadro clinico di rinite cronica e a test cutanei positivi per l’allergene responsabile.
- Intervento: ciascun paziente riceveva, per un ciclo definito, un rimedio omeopatico in potenza 30C preparato sull’allergene cui era sensibile; il gruppo di controllo assumeva un placebo indistinguibile.
- Outcome primario: variazione del picco di flusso inspiratorio nasale (PNIF), misura oggettiva della pervietà delle vie aeree superiori.
- Durata: follow-up di alcune settimane, con valutazioni a cadenza regolare.
Risultati principali
Il gruppo trattato con omeopatia registrò un aumento medio del PNIF di 19,8 L/min (IC 95%: 10,4–29,1) rispetto al basale, mentre il placebo mostrò variazioni trascurabili. La differenza fu altamente significativa (P = 0,0001), indicando un miglioramento reale della funzionalità nasale .
Interpretazione
Secondo gli autori, l’aumento del flusso nasale suggerisce che un rimedio altamente diluito e dinamizzato, scelto in base al profilo sintomatologico individuale, può modulare la risposta infiammatoria locale e migliorare il comfort respiratorio. Questo studio, pur condotto su un campione relativamente piccolo, fornisce un’evidenza oggettiva dell’efficacia di un rimedio omeopatico specifico, in linea con la Legge dei Simili.
(bmj.com). Leggi lo studio completo


