Fitoterapia: naturale non significa sempre innocuo

Last Updated: 6 Maggio 2026

Fitoterapia: naturale non significa sempre innocuo

La fitoterapia, cioè l’uso delle piante medicinali e dei loro estratti per favorire il benessere, è una delle pratiche più antiche della medicina. Molte persone la percepiscono come qualcosa di “dolce”, “naturale” e quindi automaticamente sicuro. In realtà il ragionamento corretto è un po’ diverso: una pianta può essere utile proprio perché contiene sostanze attive, ma proprio per questo può anche avere effetti indesiderati, controindicazioni o interazioni con i farmaci.

Negli ultimi anni l’interesse verso erbe, integratori vegetali e rimedi naturali è cresciuto molto, anche grazie ai social. Curcuma, tè verde concentrato, ashwagandha, ginkgo, iperico, garcinia, riso rosso fermentato e molti altri prodotti vengono spesso presentati come soluzioni semplici per infiammazione, stress, energia, metabolismo o difese naturali. Alcuni possono avere un razionale interessante, ma il punto fondamentale è usarli con criterio, scegliendo il prodotto giusto, alla dose giusta e nella persona giusta. Il National Center for Complementary and Integrative Health ricorda che gli integratori vegetali possono differire dai prodotti studiati nella ricerca, possono interagire con i farmaci e non sempre sono stati testati in gravidanza, allattamento o nei bambini.

Perché “naturale” non vuol dire automaticamente sicuro

Quando mangiamo una spezia in cucina, assumiamo di solito piccole quantità all’interno di un alimento. Quando invece prendiamo un estratto concentrato in capsule, compresse o gocce, la situazione cambia. L’estratto può contenere una quantità molto più alta di principi attivi rispetto alla pianta usata come alimento. Inoltre alcuni prodotti sono formulati per aumentare l’assorbimento: questo può essere utile, ma può anche aumentare il rischio di effetti indesiderati in persone predisposte.

Un esempio molto discusso è la curcuma. Come spezia alimentare è largamente usata e, nella maggior parte dei casi, non crea problemi. Diverso è il discorso per alcuni integratori concentrati di curcumina, soprattutto se ad alta biodisponibilità. La banca dati LiverTox, del National Institutes of Health, segnala che la curcuma è diventata una delle cause più documentate di danno epatico da prodotti vegetali negli Stati Uniti, pur sottolineando che l’evento resta probabilmente raro.

Questo non significa che la curcuma “faccia male” in senso assoluto. Significa che non va banalizzata. Lo stesso vale per il tè verde: bere una tazza di tè verde non equivale ad assumere un estratto concentrato in capsule. La differenza tra uso alimentare, tisana, estratto secco, tintura madre e prodotto ad alta titolazione è essenziale in fitoterapia.

Il fegato: il grande laboratorio del corpo

Il fegato è l’organo che metabolizza molte sostanze: farmaci, alcol, integratori, principi attivi vegetali. Per questo può essere coinvolto anche quando si assumono prodotti naturali. Uno studio pubblicato su JAMA Network Open ha stimato che il 4,7% degli adulti statunitensi aveva assunto nell’ultimo mese almeno uno fra sei botanici considerati potenzialmente epatotossici: curcuma/curcumina, tè verde, ashwagandha, Garcinia cambogia, riso rosso fermentato e black cohosh. Lo studio non dimostra che tutti questi prodotti causino danni al fegato in chi li assume; mostra però quanto sia diffuso l’uso di prodotti che meritano attenzione clinica.

I sintomi da non trascurare sono stanchezza insolita, nausea persistente, dolore nella parte alta destra dell’addome, urine scure, feci chiare, prurito diffuso o colorazione gialla della pelle e degli occhi. In questi casi è prudente sospendere il prodotto e contattare il medico. Medical News Today, commentando lo stesso filone di studi, ricorda che ashwagandha, tè verde concentrato e curcuma/curcumina sono tra gli integratori vegetali discussi per possibili rischi epatici, soprattutto quando usati ad alte dosi o senza controllo.

Il problema delle interazioni con i farmaci

Il punto più importante, in farmacia, è questo: la fitoterapia non deve essere scelta “a sentimento”, soprattutto se la persona assume farmaci ogni giorno.

L’iperico, per esempio, è una pianta molto conosciuta per il tono dell’umore, ma può ridurre o alterare l’effetto di numerosi farmaci perché influenza enzimi epatici e trasportatori intestinali. Il NCCIH segnala interazioni clinicamente rilevanti con ciclosporina, indinavir, contraccettivi orali, warfarin, digossina e benzodiazepine. Anche il ginkgo può aumentare il rischio di sanguinamento se associato ad anticoagulanti, mentre il tè verde ad alte dosi può ridurre i livelli di alcuni farmaci come nadololo e atorvastatina.

Questo non vuol dire rinunciare alla fitoterapia. Vuol dire usarla come si dovrebbe usare ogni strumento terapeutico: conoscendo la persona, i farmaci che assume, la sua età, eventuali patologie, gravidanza o allattamento, allergie, esami alterati e obiettivo reale del trattamento.

Fitoterapia seria: non magia, ma scelta razionale

Una fitoterapia seria parte dalla qualità del prodotto. Non basta dire “prendo una pianta”. Bisogna sapere quale parte della pianta viene usata, quale estratto contiene, se è titolato, a quale dose, per quanto tempo e con quali avvertenze. In Europa esiste un lavoro regolatorio specifico sui medicinali vegetali: il Comitato per i medicinali vegetali dell’EMA pubblica monografie e indicazioni sulle sostanze vegetali, sugli usi raccomandati e sulle condizioni di sicurezza, proprio per dare riferimenti più chiari ad aziende, autorità e operatori sanitari.

La tradizione è preziosa, ma non basta da sola. L’esperienza d’uso ci orienta, la ricerca scientifica ci aiuta a capire meglio efficacia e sicurezza, e il consiglio professionale serve a tradurre tutto questo nella vita concreta della persona. Una tisana rilassante per un adulto sano non è la stessa cosa di un estratto concentrato assunto da una persona anziana in terapia con anticoagulanti. Una pianta digestiva presa per pochi giorni non è la stessa cosa di un integratore usato per mesi senza controlli.

Il consiglio pratico della farmacia

La regola più semplice è questa: se si assumono farmaci, se si hanno problemi al fegato, ai reni, alla tiroide, se si è in gravidanza o allattamento, se il prodotto è destinato a un bambino o se si vuole usare un estratto concentrato per più settimane, è meglio chiedere consiglio prima di iniziare.

La fitoterapia può essere un grande aiuto quando è scelta bene. Può accompagnare disturbi lievi, favorire funzioni fisiologiche, sostenere digestione, rilassamento, drenaggio, benessere delle vie respiratorie o risposta stagionale dell’organismo. Ma deve essere personalizzata. Il prodotto “naturale” più adatto non è quello più famoso sui social, ma quello più coerente con la persona che abbiamo davanti.

In conclusione, la fitoterapia non va né esaltata ingenuamente né demonizzata. Va rispettata. Le piante medicinali sono strumenti potenti, antichi e ancora oggi utili. Ma proprio perché possono agire, vanno usate con competenza.

Fonti: Medical News Today sugli integratori vegetali e rischio epatico; JAMA Network Open sul consumo di botanici potenzialmente epatotossici; NCCIH su integratori vegetali e interazioni; LiverTox/NIH sulla curcuma; EMA sui medicinali vegetali e monografie europee.